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martedì 30 giugno 2009

Orzo, piadina e acqua con le bolle

138252585_0a09cc41b8_b by pedrosimoes7 

Ci siamo viste un venerdì a pranzo in un baretto informale…,
il tempo è volato ci siam raccontate le nostre vite
come se ci conoscessimo da sempre,
ma in realtà son solo pochi mesi …
è stato bellissimo e naturale.

Ora il mio cuore ha accolto quello che tu mi hai detto
e sarà lì e non verrà divulgato a nessuno…
un incontro solo ed informale
che mi ha aiutato a capire e condividere in maniera critica
il mio passato ed anche il mio presente.

Son contenta di poterti annoverare tra le mie amiche.

Cristina                                                          image cc by pedrosimoes7

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venerdì 26 giugno 2009

Vogliamo parlare di felicità?

3426463669_5fcaa938c2_o by alicepopkorn
Fabrizio Melocchi trae spunto dal libro "Il gusto di essere felici" di Matthieu Ricard, un importante autore da lui conosciuto personalmente, per riportare citazioni in esso contenute di vari autori e varie fonti sul tema principe della Felicità.

“La felicità non arriva automaticamente, non è una grazia che una sorte benevola può riversare su di noi e un rovescio di fortuna può toglierci. Dipende solo da noi. Non si diventa felici in una notte, ma dopo un lavoro paziente, portato avanti di giorno in giorno. Il benessere si costruisce con la fatica e il tempo. Per diventare felici, è se stessi che bisogna cambiare.”

Luca e Francesco Cavalli-Sforza
“Tutti gli esseri umani vogliono essere felici; peraltro per poter raggiungere una tale condizione, bisognerebbe cominciare col capire cosa s'intenda per "felicità".”
Jean-Jacques Rousseau
“Cerchiamo di capire cosa provoca la felicità, perchè quando c'è abbiamo tutto, altrimenti facciamo di tutto per possederla”
Epicuro
“Cercare la felicità fuori di noi è come aspettare il sorgere del sole in una grotta rivolta a nord”
Proverbio tibetano
“I piaceri sono come i papaveri,appena colti,sono già sciupati;o come la neve che cade nel fiume, per un poco bianca, poi svanita per sempre”
Robert Burns, poeta scozzese
“Non sono le cose che ci legano, ma il nostro attacarci alle cose”
Tilopa, saggio buddista del IX secolo
“Quelli che, sperando di raggiungere la felicità, cercano piaceri, ricchezze, gloria, potere e imprese eroiche sono ingenui quanto un bambino che vuole afferrare l'arcobaleno per farsene un mantello”
Dilgo Khyentse Rinpoce
image cc by alicepopkorn NonCommercialNoDerivsLicense
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domenica 21 giugno 2009

Donarsi lungo il Viaggio (della Vita)

1351389_f3d02d1fc4_o by Foxtongue Un giorno mi sono posta la domanda: volontari si nasce o si diventa? Ho cercato una risposta riflettendo sul corso della mia vita.
La mia situazione familiare, seconda di cinque fratelli, mi ha portato spesso a occuparmi dei “piccoli”. Era normale doversi occupare dei fratelli, qualche volta anche un po’ seccante perché non sempre ne avevo voglia. Un giorno, per caso, sono andata in gita con amici, senza fratelli ed ho scoperto che era molto più piacevole non dovermi occupare degli altri! Ho continuato però a seguire i fratellini!
Passati gli anni, alla fine del liceo, ho conosciuto un gruppo di giovani che si occupava di bambini disabili: qui è avvenuto l’ incontro con il volontariato. Ho iniziato a frequentare il Piccolo Cottolengo di Don Orione allora in espansione a Milano, per cercare di insegnare qualche cosa alle” mongoline”, come chiamavamo affettuosamente le piccole down, e alle altre bambine mentalmente disabili: non imparavano nulla, anche perché noi non sapevamo insegnare, ma l’incontro aveva creato un rapporto di affetto, da parte loro, incondizionato e pieno di gioia. L’incontro è stato difficile: non avevo mai conosciuto bambine così particolari, i loro comportamenti per me inimmaginabili mi turbavano molto. Scoprivo un mondo mai pensato, perché, per fortuna, nella mia numerosa famiglia di cugini non c’era nessun “diverso”. Le bambine mi hanno adottato, donandomi, in cambio di quel poco che io potevo dar loro, incredibili espressioni di gioia ed affetto ! Erano tutte bambine abbandonate da famiglie non in grado di accudirle o spaventate dal peso delle cure necessarie alla loro condizione.  Bisogna pensare che allora, fine anni ’50, le bambine nell’istituto erano “ricoverate, assistite” senza tutte le prevenzioni e le cure che ci sono ora!
Dopo qualche anno per il lavoro e gli impegni familiari ho dovuto interrompere quella attività che però mi ha lasciato un profondo ricordo  di calore e di affetto. Qui voglio esprimere nel ricordo, la stima e l’ammirazione per quella Suora che aveva dedicato tutta la sua vita con dedizione e affetto a quelle povere bambine abbandonate.
In seguito il lavoro mi ha tenuto in contatto diretto, per molti anni con il mondo operaio: dovevo seguire il lavoro di molte donne. Un mondo anche questo per me completamente nuovo: in quegli anni poi c’era un grande distacco, una grande differenza di trattamento tra impiegati e operai ed io convinta dell' esistenza di molte ingiustizie, ho cercato di aiutare soprattutto le donne quando si trovavano in difficoltà, mettendomi anche talvolta in contrasto con i “Capi”.
Finito il lavoro, mi sono avvicinata ai vecchietti” del Pio Albergo Trivulzio. Per quasi cinque anni ho partecipato alle attività ludiche (tombole, giochi di vario genere) in un gruppo di volontari. Ma la situazione mi era troppo penosa: partecipavo troppo alla loro evidente decadenza, e alla loro scomparsa, per cui ho interrotto quella attività.
Nel frattempo ho saputo dell’esistenza del Movimento per la vita: condividendo molta parte degli  obiettivi della associazione ho iniziato a collaborare con lavoro di segreteria, partecipando a incontri, conferenze e convegni. Ora continuo nella mia collaborazione.
E ancora, con altre amiche, ho organizzato e riordinato la biblioteca della mia Parrocchia. Questo lavoro, concluso in quasi cinque anni, purtroppo ha avuto scarso successo: nessuno legge!
Da qualche mese mi sono avvicinata a Seneca : ho seguito il corso di preparazione e ho iniziato a collaborare in un gruppo di animazione per gli anziani …
E TUTTO QUESTO E’ VOLONTARIATO !?  A VOI LA RISPOSTA!
(Io mi sono data una risposta, … ma la tengo per me)
Maria Coletti                                              image cc by Foxtongue

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martedì 16 giugno 2009

Radici

2223313321_b17f2095c6 Pensando ad un bosco mi ritrovo proiettato in un ambiente naturale, verde, dove gli alberi affondano le loro radici ed il sole filtrato dai rami intrecciati riscalda la terra della quale si nutrono.
Gli alberi sono per noi la forma più alta e nobile di vita, la forma più antica e dignitosa.
Nessuno potrà dire perché un albero decide di crescere proprio lì, e rimanerci per qualche decina di anni o anche centinaia di anni.
Non sto parlando di verde curato e rimaneggiato dall’uomo, ma della forma più spontanea di vita, che si fa spazio in mezzo ad altre vite, che diventa anello di congiunzione tra la terra ed il cielo.
È il vento che ne agita i rami, sono i micoorganismi che vi si annidano, sono gli uccelli che vi trovano rifugio durante il loro migrare o li scelgono come casa per i loro piccoli, protezione benevola e calda.
E’ difficile descrivere la sensazione che si prova quando un albero viene tagliato, quando la violenza si abbatte sulla più indifesa delle creature.
E’ difficile capire la colpa che può avere questa creatura, una colpa talmente grave da venire uccisi, la colpa di aver messo radici, di aver scelto quel terreno per la vita, di aver legato le proprie speranze a quel terreno ed a quel vento.
E’ difficile capire come possa, la mano dell’uomo, tagliare ed estirpare queste vite profonde che raccontano la vita ed il tempo del nostro pianeta, queste vite così innocue e benevole. Rassicuranti presenze che non chiedono altro che di esistere.
Non mi interessa il concetto di natura quando viene legato ai bisogni dell’uomo, al suo desiderio di bellezza, di aria pulita, di senso estetico….. questi sono bisogni umani esattamente di pari dignità di altri bisogni umani e che, solo per interesse, incontrano quelli della natura.
La natura ha una sua dignità indipendentemente dai bisogni e dalle necessità umane.
Un albero è se stesso ed è indispensabile riconoscergli, prima che una pelosa utilità, una dignità di per sé, una dignità legata al concetto stesso di vita e di ciclo dell’esistenza.
La massima espressione del pianeta che ci ospita sta in quelle centenarie radici, in quel succo del terreno che riescono a trasformare in maestose e nobili presenze.
Tagliare un albero è un atto di una violenza inaudita, non è solo spezzare una vita, è anche cancellare una storia, la storia di tutti quelli che hanno avuto quell’albero come punto di riferimento, immobile e pur vivo.
Il punto di riferimento di un uccello in volo, il tronco al quale si è appoggiato il viandante per riposarsi, il rifugio di tutto un mondo che non siamo più in grado di vedere ed al quale abbiamo deliberatamente deciso di non appartenere più.
E’ normale che l’uomo segua la sua strada e le sue costruzioni, è inaccettabile che lo faccia scacciando dai loro territori altre vite.
Il diritto muto ed inalienabile di un albero di esistere.
Fabio

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venerdì 12 giugno 2009

Anziani in scena

1669091688_b5d1e043b5_o by FaceMePLS Anche se in modo virtuale, vorrei tributare ancora un applauso sentito e calorosissimo a tutta l’ “Equipe”  che il pomeriggio dello scorso  4 giugno ha messo in scena,  al Teatro Franco Parenti (Sala Grande!),  i  4 atti unici di “Exponiamoci”, una proposta dell’Associazione Seneca in collaborazione con il Comune di Milano.
E’ stata davvero una più che piacevole sorpresa per chi come me, senza saperne molto,  ha avuto l’occasione di assistere per la prima volta a questo genere di rappresentazioni (mi è stato detto che era già la quarta), passando un paio d’ore davvero molto piacevoli.   E spero che l’iniziativa possa continuare e raccogliere in futuro anche maggiori spettatori e successi perché tutti i  partecipanti davvero se lo meritano:  magari ci vorrebbe un po’ più di “battage” pubblicitario sui media e di passaparola,  in modo che il pubblico non sia limitato solo a parenti, conoscenti e volontari di Seneca.
Innanzitutto un grande applauso ai due giovani “animatori” dello spettacolo, Alvise e Alessandro, responsabili rispettivamente della drammaturgia e della regia, i quali mi danno l’idea che, oltre che bravi e preparati, devono essere due ragazzi pieni di entusiasmo (e capaci di trasmetterlo) per ottenere un tal risultato.
E  poi a tutti gli anziani che hanno recitato in questo spettacolo, parlando e mostrando il loro sguardo (come diceva la locandina) sul presente del nostro paese, non sempre roseo per la verità e forse non così vicino al loro modo di vivere. La stragrande maggioranza era costituita da donne di cui molte, per la bravura,  la spontaneità e la verve,  sembravano attrici consumate.
La cosa più sorprendente è stato vedere come tutti gli attori, sempre diversi nei 4 atti unici, abbiano saputo mettersi in scena e in gioco con grande spontaneità: non tirandosi indietro davanti a un trucco un po’ esagerato o ad abiti un tantino eccentrici, cantando quando c’era da cantare, ballando quando c’era da ballare, non tralasciando qualche intermezzo,  parlato o cantato,  in dialetto meneghino (ma di quello d.o.c., che ormai è difficilissimo da sentire in giro), calandosi  nei ruoli  più diversi (dalla segretaria del Presidente all’addetta del call-center, dalla  hostess  al pilota d’aereo, dal parroco alla Madre Superiora del convento di Santa Bernarda) tutti godibilissimi e di grande attualità.    E a parte qualche voce un po’ bassa (subito sottolineata dal pubblico, ma per il  timore di perdersi qualche battuta), le “papere” prese o gli “attacchi” sbagliati sono stati davvero pochi.  Da non dimenticare che l’età di questa compagnia di recitazione doveva essere mediamente over 70!
Quindi davvero complimenti vivissimi a questi “dilettanti”, tali nel senso letterale della parola: perché oltre che divertire noi spettatori, davano l’idea di essere loro  i primi a divertirsi calcando le assi del palcoscenico e ritrovandosi sotto le luci della ribalta.
Mimma
                                                              Image cc by FaceMePLS
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domenica 7 giugno 2009

Levitazione

2685812402_c7f3626dfa_b by Max-B
Il sito da cui è stato tratto questo testo è stato segnalato da Fabrizio Melocchi. Il sito, Cerchio 77, è stato creato da un gruppo che ruota intorno al medium Roberto Setti e ai fenomeni da lui risvegliati: materializzazione di oggetti, levitazione e soprattutto messaggi che affrontano temi esoterici e filosofici. La pubblicazione di questo brano vuole essere sulla scia di un altro messaggio di profonda spiritualità riportato nel post “L’essenziale”.
“.... tu avrai capito la vita non quando tu farai il tuo dovere in mezzo agli uomini, ma quando lo farai nella solitudine.
Non quando, pur raggiunta la notorietà, potrai avere una condotta
esemplare agli occhi degli uomini, ma quando l'avrai e nessuno lo saprà, neppure te stesso.
Non quando tu farai il bene e ne vedrai gli effetti, ma quando lo farai e non ti interesserà avere gratitudine, nè conoscere l'esito del tuo operato.
Non quando tu potrai aiutare efficacemente e disinteressatamente, ma quando aiuterai pur sapendo che il tuo aiuto a nessuno serve, neppure a te stesso.
Non quando tu ti sentirai responsabile di tutto ciò che fanno i tuoi simili, ma quando conserverai intatto il senso della tua responsabilità, pur sapendo d'essere l'unico uomo al mondo.
Non quando tu avrai compreso che tutti gli esseri hanno gli stessi tuoi diritti, ma quando tratterai l’essere più umile della terra come se fosse Colui che ha nelle Sue mani le tue sorti.
Non quando tu amerai i tuoi simili,
ma quando tu stesso sarai i tuoi simili e l'amore”.
Testo tratto da: Cerchio Firenze 77
Image cc by Max-B
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martedì 2 giugno 2009

Se vi capita di passare da Piacenza …

o se decidete di arrivarci per una gita “fuori porta”, vi consiglio di non tralasciare una visita alla Chiesa della Trinità (in Viale Dante), anche se non è citata tra le principali chiese piacentine. In effetti, vista dall’esterno, è una grande chiesa moderna e lineare (è stata costruita fra il 1950 e ’60), abbastanza anonima, ancora priva del campanile che probabilmente non verrà mai eretto! Anche all’interno è molto semplice e spoglia salvo l’enorme parete sul fondo, dietro img024 l’altare, dove campeggia uno spettacolare affresco di metri 20 x 25, realizzato in poco più di due anni, dal 1998 al giugno 2000, insieme a 12 allievi, dal pittore spagnolo Kiko Arguello (pittore di cui, in tutta sincerità, non avevo mai sentito parlare).
Si tratta di un pittore nato nel 1939 e tuttora vivente che, dopo una crisi esistenziale, si è convertito al cristianesimo ed è diventato l’iniziatore di un “Cammino” di evangelizzazione e formazione cattolica, le cui comunità di seguaci sono ora diffuse in quasi tutto il mondo. Quando Kiko ha ripreso la sua attività pittorica, ha deciso di dedicarsi principalmente all’arte sacra.
Come nel caso di questo affresco di Piacenza, che a mio parere è abbastanza unico: intanto per le dimensioni (è stata dipinta in totale una superficie di 500 metri quadrati!) e poi per la ricchezza e la vivacità cromatica che lo caratterizzano, nonché per lo stile.
Su un fondo di oro e in una profusione di colori vi sono rappresentati gli episodi più significativi della vita di Gesù, dalla nascita all’ascensione, per finire con l’assunzione in cielo della Madonna. E’ stata utilizzata una tecnica di prospettiva rovesciata, dove il punto di fuga prospettico non è più all’interno del dipinto ma fuori, nello spettatore: tecnica ripresa dalle icone orientali. Ma la realizzazione è moderna, tanto che il pittore dice di essersi ispirato non solo a Rublev (il più importante pittore russo di icone) ma anche agli impressionisti, quasi a voler creare idealmente un ponte fra occidente e oriente e quindi fra le due Chiese, Cattolica e Ortodossa.
Si tratta inoltre di un’opera ricca di simbolismi che, così come il resto, ci sono stati ampiamente e appassionatamente spiegati da un giovane seguace di Kiko, il quale è riuscito a farci ancor più apprezzare questo affresco grandioso e stupefacente che da solo, secondo me, vale la visita a Piacenza.
E se poi dopo il “sacro”, avete tempo e voglia per dedicarvi al … “profano”, non vi resta che scegliere uno dei tanti ristoranti in città o fuori : i salumi piacentini con gnocco fritto o la pasta fatta in casa o i tipici “pisarei e fasò”, accompagnati da un buon vino del posto, non vi deluderanno di certo (con buona pace, per un giorno, di colesterolo e trigliceridi!).
Una turista non per caso
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mercoledì 27 maggio 2009

Cinque motivi “perché è brutto vivere da soli”

I motivi che seguono derivano da una meditata e attenta riflessione non solo della mia personale esperienza ma anche dalla sintesi delle esperienze di molte persone che conosco e che ho conosciuto.Supermercato QUINDI, E’ BRUTTO VIVERE DA SOLI …
1) Perché organizzarti per le pulizie di casa, soprattutto se sei di sesso maschile, risulta un’impresa più complicata del lancio dello Shuttle. Se si è in due o più ci si dividono i compiti o si fanno i turni.
2) Perché passi ore intere al supermercato cercando le porzioni “per single”, sentendoti un po’ come un rimbecillito che cerca porcini tra gli scogli e alla fine, quando ne trovi una, scopri che, in proporzione, costa quanto un solitario, solo che non è per sempre ma finisce nell’arco di un pasto.
3) Perché quando stai male di notte, anche solo per una forte influenza, e rimetti che neanche la bambina dell’Esorcista...bé, è brutto.
4) Perché a volte ti piacerebbe avere vicino qualcuno con cui condividere le tue emozioni.
5) Perché quando un incubo ti sveglia nel pieno della notte il suo ricordo è l’unica presenza che hai vicino mentre cerchi di riaddormentarti.
Luca Baroni
                                image cc NonCommercial-ShareAlike by Ange Soleil ( a.k.a Tweng )
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sabato 23 maggio 2009

Cinque motivi “perché è bello vivere da soli”

I motivi che seguono derivano da una meditata e attenta riflessione non solo della mia personale esperienza ma anche dalla sintesi delle esperienze di molte persone che conosco e che ho conosciuto.
251489319_de21eca609_b by assbachQUINDI, E’ BELLO VIVERE DA SOLI ….
1) Perché fai quello che vuoi quando vuoi. Se vuoi lavarti i capelli alle sei e mezzo del mattino, ti lavi i capelli alle sei e mezzo del mattino. Se vivi con altri, anche se siete solo in due, per accedere al bagno in orario di punta devi prendere il numerino e aspettare il tuo turno. Se vuoi vederti la finale di Champions League ti vedi la finale di Champions League. Se vivi con altri, anche se siete solo in due, la TV diventa il Santo Graal, oggetto di impareggiabile valore ma da conquistarsi solo dopo tremende battaglie.
2) Perché se mentre pulisci la cucina picchi un ginocchio contro uno spigolo e, in preda al dolore, ti trasformi in un mix tra l’Incredibile Hulk e Vittorio Sgarbi e insulti il lavabo, il frigo, i fornelli e altri innocenti, nessuno ti dice con aria di ipocrita superiorità che questo è un comportamento infantile.
3) Perché “lasciare fuori il mondo” è un tuo diritto e dovrebbe essere anche un tuo piacere: il mondo che hai nella tua mente e nel tuo cuore è altrettanto nobile e importante e merita cura e rispetto.
4) Perché...figli che uccidono i genitori, genitori che uccidono i figli, mariti che uccidono mogli e figli e parenti vari, suoceri che uccidono generi e nuore...vivere “in compagnia” sembra una scelta poco sana.
5)
Perché è meglio essere SOLI che LUNE.
Luca Baroni
image cc by assbach Non Commercial-ShareAlikeLicense
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lunedì 18 maggio 2009

L’essenziale

I volontari che frequentano i gruppi “io parlo…io ascolto” sanno quanto ammiro la civiltà dei Pellerossa. Ho ritrovato recentemente questo testo scritto da un Vecchio Pellerossa.indiani oasi del pensiero
Non mi interessa che cosa fai per vivere.
Voglio sapere che cosa desideri davvero, e se sogni di realizzare ciò che il tuo cuore brama.
Non mi interessa quanti anni hai.
Voglio sapere se avrai il coraggio di rischiare di essere giudicato folle per amore, per il tuo sogno, per l’avventura di essere vivo.
Non mi interessa quali pianeti siano in quadratura con la tua Luna, voglio sapere se hai toccato il centro del tuo dolore, se le delusioni della vita hanno ampliato i tuoi orizzonti o se ti sei ripiegato su te stesso per paura di soffrire ancora.

Voglio sapere se sopporti il dolore, tuo o mio, senza cercare di nasconderlo, attenuarlo, eliminarlo. 
Voglio sapere se sopporti la gioia, tua o mia, se puoi danzare selvaggiamente e lasciare che l’estasi pervada ogni tua cellula senza raccomandarti di essere prudente, realistico e di ricordare i limiti della condizione umana.
Non mi interessa se la storia che mi stai raccontando è vera.
Voglio sapere se riesci a deludere qualcuno per mantenerti fedele a te stesso, se sai sopportare l’accusa di tradimento  e non tradire la tua anima, se sai essere senza fede e perciò degno di fede.

Voglio sapere se sai vedere la bellezza, anche quando non è piacevole, ogni giorno, e se riesci a trovare la sorgente della tua vita nella sua presenza.

Voglio sapere se sai accettare i fallimenti, tuoi e miei, e restare ancora sulla riva di un lago a urlare “Sì” all’argento della luna piena.

Non mi interessa sapere dove vivi o quanti soldi hai.
Voglio sapere se sai alzarti, dopo la notte di travaglio e disperazione, stanco e ammaccato fino all’osso, e fare il tuo dovere per sfamare i tuoi figli.
Non mi interessa sapere chi conosci o come sei giunto qui. Voglio sapere se resterai al centro del mirino insieme a me, senza tirarti indietro.

Non mi interessa dove o che cosa o con chi hai studiato.
Voglio sapere che cosa ti sorregge dentro quando tutto il resto crolla.
Voglio sapere se sai stare solo con te stesso e se davvero ti piace la compagnia che ti fai nei momenti di vuoto”
e mi sono chiesta se, come è successo a me, potrebbe suscitare una serie di riflessioni. Ho cercato di rispondere il più onestamente possibile alle domande di quel Vecchio e purtroppo  alcune mie  risposte … non mi sono piaciute molto, ma credo fermamente  nella possibilità di migliorare. E voi? Ida
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